La Voce degli alberi (Bologna)

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Location: Bologna

Giovanna Iorio's Sound Walks
Giovanna Iorio's Sound Walks
I am a sound artist and I live in UK. I am the founder of the Poetry Sound Library, and archive that preserve the voices of poets from past and present. I research ways to link poetry to the landscape. My sound walks are in UK and around the world. "Voice of Trees" is a sound walk to discover the voices of the most important poets from the Poetry Sound Library archive: monumental trees receive a poet's voice and they become part of an inspiring sound installation. Website & Info: https://thevoiceoftrees.weebly.com/ https://poetrysoundlibrary.weebly.com/

A Bologna la Voce degli alberi installazione di poesia accanto agli alberi di Giovanna Iorio

Oggi a 40 anni dal tragico evento che lacerò l'atri della stazione centrale una poesia di Anna Maria Curci con le musica di Lucio Lazzaruolo.

Strage di Bologna: Una poesia di Anna Maria Curci

2 agosto 2015

E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito di fronte all’orologio, all’ora fissa, domenica d’agosto, ma era sabato allora, nel millenovecentottanta.

La sera, gola polvere macerie, non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere: ricordo la paura e gli anni, trentacinque.

Viaggiavi al tempo lungo quel percorso e mi portavi i rotocalchi sparsi dai turisti tedeschi sui sedili.

Non gli ho detto: l’angoscia per te, per gli altri, mi è compagna (“tu non conosci il sud” mi nutrì e il dannato ritegno all’espansione).

Anna Maria Curci

Un boato improvviso, lacerante, poi solo urla, singhiozzi, polvere e macerie. L’atrio della stazione centrale di Bologna si riempie di sangue e detriti, sulla pensilina del primo binario l’esplosione investe anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia, le grida dei feriti e dei passeggeri incontrano volti annichiliti dallo choc e dall’orrore. Sono fotogrammi della memoria del 2 agosto 1980, un torrido sabato di esodo verso le vacanze.

Alle 10.25 (l’ora della tragedia rimarrà per sempre impressa nelle lancette ferme del grande orologio) l’esplosione squarcia l’ala sinistra della stazione su piazza Medaglie d’Oro: la sala d’aspetto di seconda classe, gli uffici del primo piano, il ristorante. Nel ristorante-bar-self service perdono la vita sei lavoratrici; tra le vittime anche due taxisti in attesa di clienti nel posteggio davanti all’edificio polverizzato dallo scoppio. 85 morti e 200 feriti: la strage più efferata d’Italia cancella storie e persone di ogni età e provenienza. La prima ipotesi circolata sulle cause, l’incidente provocato dallo scoppio di una caldaia, non regge a lungo, anche perché nel punto dell’esplosione non ce ne sono, e in poche ore lascia il passo alla certezza dello scenario più temuto: l’attentato terroristico con una bomba ad alto potenziale.

Da subito, senza soste e per ore, si mettono all’opera sanitari, vigili del fuoco, forze dell’ordine, Esercito, volontari, alla ricerca di vite da soccorrere e da salvare. Una catena spontanea che in pochissimo tempo rimette in moto una città che stava ‘chiudendo per ferie’. Saltano le linee telefoniche e i primi cronisti giunti sul posto, per poter raccontare l’inferno di quei momenti, ‘espropriano’ la cabina dei controllori degli autobus sul piazzale, dove il telefono invece funziona. Cellulari e internet ancora non esistono. Dagli ospedali arriva l’appello a medici e infermieri di tornare in servizio, mentre un autobus Atc della linea 37, la vettura 4030, diventa simbolo di quel terribile giorno, trasformandosi in un improvvisato carro funebre che ha come capolinea la Medicina legale (allora in via Irnerio, a poca distanza) per trasportare le salme. Tante, troppe. Alla guida si mette l’imolese Agide Melloni, allora autista trentunenne: ”Mi chiesero di portare via i cadaveri con il bus. Dal mattino alle tre di notte, con i lenzuoli bianchi appesi ai finestrini. Ma in ogni viaggio c’era qualche soccorritore con me, per sostenermi”. La vittima più piccola è Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino a Maria Idria Avati, ottantenne, e ad Antonio Montanari, 86 anni.

In stazione arriva il presidente della Repubblica Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt’intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza, sempre più tenue, di trovare ancora qualche traccia di vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre a tarda notte all’obitorio, dove le celle frigo sembrano non riuscire a contenere così tanti corpi, un maresciallo dei carabinieri continua a tentare di dare un nome alle salme. Un’identità affidata a volte solo a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina.

Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull’Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti: ”La stessa città, lo stesso nodo ferroviario, gli stessi giorni delle vacanze, forse lo stesso proposito di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri, e quindi di dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia” (Antonio Giovannini – Ansa).

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